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"Come odio avere sempre ragione!"

Ian Malcolm, Jurassic Park

...e questo giusto per far contenta la Nessie...
"Portatemi un uomo sano e lo curerò"
C.G. Jung


"Naturalmente quando si ha ragione mettersi in dubbio non serve, giusto?"
Dr. House


"Il bello di te è che credi sempre di avere ragione, quello che è frustrante è che la maggior parte delle volte è vero."
Stacy, Dr. House


"Il che dimostra che, per quanto intelligente, sono comunque un idiota come tutti"
Albus Silente, Le Fiabe di Beda il Bardo, J.K.Rowling

mercoledì 3 ottobre 2007

Vaire ed eventuali

C'è il sole a Torino, anche se in Vicolo Scapoli è scesa la Stagione delle Nebbie Perenni.
Un'atmosfera da magone diluito. Me la porto dietro fin da quando, bambino, durante la vendemmia cercavo delle scuse per nascondermi sul trattore a leggere l'ultimo fumetto. Salvo poi, in autunni più canuti, avvertire l'assenza di una vendemmia, di una vigna assolata, di parenti anziani, di torchi riempiti a tramonto inoltrato.
Il che per inciso denota anche una certa stupidità e attitudine al rimpianto.

Comprate il manif, oggi. O sennò domani vedo se c'è qualcosa online. Che spiega molto meglio di me quello che vorrei dire.
Dalla spalla La politica è nuda, alla terza sulla casta, alla quinta sulla precarietà. "Le presentazioni del volume di Rizzo e Stella si sono subito trasformate in assemblee affollatissime. Con un gran bisogno di partecipazione, quasi in un clima da anni 70. Il contrario dell'antipolitica, la richiesta, a volte ingenua, di una politica diversa". Come negli anni '90, ma allora c'erano attori "in grado di trasformare in nuova politica l'insofferenza popolare. Tutto questo ora non c'è, con buona pace degli abitanti dei nostri palazzi".

2 commenti:

lastreganocciola ha detto...

bello, Vaire :-). Del resto ti saprò dire.

e.talpa ha detto...

La politica è nuda
VALENTINO PARLATO

Non mi capita spesso, ma questa volta sono totalmente d'accordo con l'editoriale di Giovanni Sartori sul Corsera di ieri, e soprattutto sul suo inizio. «Non vorrei - scrive Sartori - che il grillismo si arenasse in un confuso e inconcludente dibattito sull'antipolitica». Il punto è capire che Grillo (con tutte le sue intemperanze) e prima di lui Stella e Rizzo e - va ricordato - Salvi e Villone (dei quali è in questi giorni in libreria la nuova edizione del libro sui costi della politica) hanno colto e neppure enfatizzato la crisi della politica e i pericoli di un suicidio della democrazia.
Sostenere che Grillo e tutti gli altri, nella forme proprie a ciascuno, sono solo e soltanto un attacco alla democrazia significa solo non vedere lo stato penoso nel quale si è ridotta la politica, non sentire i tanti che si dichiarano astensionisti, che si rifiutano di alimentare la «casta». Significa non vedere che la politica attuale, la democrazia attuale, sono diventate quasi un affare privato. Significa non vedere che c'è la crisi dei partiti e - lo dico da vecchio comunista - che il tanto criticato «centralismo democratico» era un capolavoro di democrazia rispetto allo stato attuale delle cose e dei cosiddetti partiti. Usare la parola democrazia per difendere una democrazia che è in crisi è come sostenere che è in ottima salute una persona data per moribonda dalle sue radiografie. È come difendere l'onore di una storica villa gentilizia che è diventato un bordello o quasi.
E, aggiungo, vi ricordate Guglielmo Giannini (che non era proprio uno stupido) e il grande successo dell'Uomo qualunque? Ebbene sforzatevi di ricordare e di ricordare come allora - c'erano i partiti - in breve tempo il qualunquismo fu battuto. Ma dobbiamo proprio ricordare che allora c'erano la Dc, il Pci, il Psi, cioè i partiti che stavano e agivano nella realtà del sociale e del politico?
Non possiamo replicare a Grillo in nome di un onore della democrazia che è molto logorato. Dovremmo avere tutti, a cominciare dal piccolo manifesto, il coraggio e l'intelligenza di analizzare con impegno e serietà i mali della politica e della società (non c'è una «società civile» buona). Fare, come un buon medico, una diagnosi del nostro stato di salute e, quindi, intraprendere le cure opportune. Ma il timore è che gli attuali medici pensino che sia utile e vantaggioso il proseguimento della malattia. E questo sarebbe un errore funesto anche per i medici stessi.
Insomma, o prendiamo sul serio l'antipolitica per risanare la politica, per trasformarla in critica dura e positiva, oppure restiamo impegnati in una battaglia difensiva con armi più che spuntate. Ma quando eravamo ragazzi, perché ci piaceva tanto la favola nella quale il bambino gridava: «il re è nudo»?



«La Casta» Dialogo con Sergio Rizzo, coautore di un inaspettato best seller
Un popolo alla ricerca di altra politica
Le presentazioni del volume di Rizzo e Stella si sono subito trasformate in assemblee affollatissime. «Con un grande bisogno di partecipazione, quasi in un clima da anni '70». Cronaca ragionata di un tour editoriale che racconta un paese deluso, ma non rassegnato. «Il contrario dell'antipolitica, la richiesta, a volte ingenua, di una politica diversa»
GIOVANNA PAJETTA

Contare non le ha contate nessuno. Nemmeno ai piani alti della Rcs Rizzoli, dove si pensava di aver programmato e organizzato tutto, o nelle stanze del Corriere della sera da cui adesso, praticamente ogni giorno, Sergio Rizzo e Gianantonio Stella partono per città e paesi. Perché dietro le mille recensioni, gli inviti ai talk show televisivi (unica eccezione, degna di vanto, Porta a porta di Bruno Vespa), il libro dell'anno è diventato anche l'ospite d'onore di centinaia di dibattiti. Nati per l'appunto come semplici presentazioni, ma diventate quasi subito qualcosa di ben diverso. Con la gente in piedi, che alza la mano e aspetta il suo turno, che si rimbecca o racconta la sua storia, trasformando autori e relatori in semplici spettatori. Spesso stupefatti, o travolti da ciò che loro, che come fa Sergio Rizzo ancora amano chiamarsi solo «giornalisti», hanno innescato. «Hai presente le assemblee degli anni '70? - racconta il cinquantenne vice caporedattore del Corriere - Ecco vai lì e ti sembra di essere tornati a quei tempi. Ormai è così ovunque, noi praticamente non diciamo quasi niente, ma loro non smetterebbero più di parlare». Di politica, ovviamente. Ma a differenza di quanto si pensa, e si scrive, perché se ne sente un gran bisogno, non perché abbia stufato tutti.

Un fenomeno in sé
Spinte dalla casa editrice, le prime, richieste a gran voce da associazioni come la Confartigianato o da club che si vorrebbero esclusivi come il Rotary, le presentazioni de La Casta sono diventate nel giro di due o tre mesi un fenomeno in sé. Del resto, come ammette onestamente Rizzo «il libro ha semplicemente interpretato qualcosa di già diffuso, se no non avrebbe venduto le copie che ha venduto». Ha scoperchiato un vaso, ma non sempre ne è venuto fuori un verminaio. All'inizio, alla prima videochat tenuta da Stella a Milano (più di mille domande, diventate 2500 quando si è fatto il bis) c'è stato chi non resisteva all'idea di delegare di nuovo o scatenare la protesta. «Fate un movimento» dicevano, «mettiamo le lenzuola alla finestra con su scritto 'ora basta'». Poi però, è prevalsa la voglia di parlare e anche il pubblico nelle librerie o nelle decine di circoli culturali da Biella a Palermo o Treviso, ha cominciato a mutare. «Prima si vedevano per lo più uomini e facce mature - racconta infatti Rizzo - Poi sono arrivate le donne, i giovani. E sono loro quelli che dicono le cose meno strampalate». Come quel ragazzo di diciassette anni che, a Spoleto, si è alzato e ha cominciato a spiegare che lui si sentiva a disagio perché vorrebbe fare politica, ma non sa come cominciare. «A me sembrava una domanda così, un po' assurda, gli ho detto 'perché non vi organizzate a scuola?' Ma lui mi ha guardato come se fossi io a vivere sulla luna. E gli altri annuivano, davano ragione a lui. I giovani sono quelli che ti colpiscono di più». E ti mettono un po' di tristezza, vien da dire. Perché sono i più sconfortati, anche quando più che alla politica pensano al lavoro. A Castelfidardo ad esempio, il paese delle fisarmoniche, hanno incrociato le lame due giovani. Uno di destra e uno di sinistra. Ma distinguerli, quando il primo raccontava una storia di precarietà e l'altro il suo sogno («che non raggiungerò mai») di entrare all'università una volta finito il dottorato, non era alla fine così facile, visto che il paese che raccontavano era lo stesso, un'Italia bloccata da una politica invadente quanto assente. Perché su questo anche Rizzo la pensa come Ilvo Diamanti, è vero che della casta si raccontano gli sprechi, ma non sono i soldi, è l'insipienza e l'impotenza a fare infuriare. «Voi avete dimostrato di essere degli incapaci, andatevene tutti a casa» come ha gridato una signora di mezza età a Carlo Giovanardi e Valdo Spini, ospiti di riguardo della presentazione di Marina di Massa. E anche sul campo si tocca con mano ciò che hanno raccontato i sondaggi dopo la travolgente apparizione di Beppe Grillo. «Dovunque, tra il pubblico, capisci che è pieno di gente di sinistra, o meglio di centrosinistra e quella che senti è la loro indignazione, la loro profonda delusione - è sempre Rizzo che racconta - Mi ha colpito il fatto che molti, anzi direi moltissimi hanno fatto il paragone, deluso, tra i tempi di Berlinguer e quelli di adesso. C'è l'amarezza di chi ha verificato che certi comportamenti, l'arroganza, la boria, la strafottenza di una politica autoreferenziale, in realtà non appartengono solo al centrodestra».

È gente per bene
Certo, quando si grida contro i palazzi e il governo è dell'Unione, è ovvio che il primo nemico dell'antipolitica sia proprio il centrosinistra. Ma a sentire chi le ha vissute, alle «assemblee» sulla casta si grida poco. Qualcuno che svirgola lo si trova sempre, quello che se la prende con i gay, quello che accusa il libro di aver voluto tacere sulla mafia o chi, nella ricca Santo Stefano, proclama «Se è così, allora non paghiamo più le tasse». Ma perlopiù è gente per bene, come gli elettori del Partito democratico che si sono messi in fila per firmare le petizioni di Grillo (l'8 settembre erano addirittura il 60%, secondo Demos-Eurisko), e spesso invece che alla rivolta pensano a una desolata defezione. Come quel signore che in Maremma, a Poderi di Montemerano, suggeriva di fare «come Saramago», raccontando a tutti l'inizio di Saggio sulla lucidità, che si apre con una giornata elettorale in cui, spontaneamente, tutti rimasero a casa e nessuno votò. Una provocazione non da poco, visto che per anni è stata la destra a temere la diserzione delle urne. Del resto Rizzo non ci sta a essere tacciato da fomentatore dell'antipolitica. Tipo pacato e riservato, quasi si inalbera mentre dice «questo è il termine che hanno usato alcuni esponenti politici, ma non è un caso che l'abbiano tirata fuori proprio quando si è cominciato a parlare dei costi della politica. Vorrei sapere cosa c'è di qualunquistico nel chiedere la trasparenza o raccontare che il Quirinale costa quattro volte di più di Buckingham Palace e che i contributi ai partiti godono di agevolazioni fiscali 50 volte superiori a quelle delle associazioni benefiche». Anzi, lui salva persino Beppe Grillo, anche se dopo un rituale «nella storia la satira e i comici sono sempre stati importanti per svelare le malefatte del potere», aggiunge ironico «in effetti il vaffa day non ha stimolato il mio interesse intellettuale». E, a riprova di quanto sia grande l'insofferenza, racconta quel che è successo in un paese della Toscana. Dove nel bel mezzo della presentazione un parlamentare diessino si è fatto i conti in tasca davanti a tutti. «Lui sentiva che doveva dirlo, e ci teneva a sottolineare la sua diversità, perché una parte non piccola la dava al partito». Ma chi parla di antipolitica, non sempre lo fa a vanvera. Massimo D'Alema, come Sergio Romano e molti altri, hanno cominciato ad esempio ad allarmarsi e ad agitare lo spettro degli anni '90. Quando la rivolta spazzò via una casta tutta intera.
Quando chiedo a Rizzo se davvero si respira la stessa aria, lui prima dice no, poi dice forse. «Allora si scoprì l'esistenza di una corruzione diffusa e che molti, se non tutti, avevano la coscienza sporca. Ma la differenza fondamentale tra oggi e il 1992 o 1993 è che c'era la Lega e poi arrivò Berlusconi e si poteva attribuire a loro, a questi soggetti nuovi, il compito di cambiare le cose» ricorda. C'era insomma quello che in gergo si chiama «l'attore politico», un partito o un uomo (distinguere è ormai sempre più difficile) capace di brandire come un'arma e trasformare in nuova politica l'insofferenza popolare. Tutto questo ora non c'è, con buona pace degli abitanti dei nostri palazzi. Ma il guaio è che se passiamo dai piani alti a quelli bassi, le somiglianze ci sono.

Riappropriarsi della parola
«Nel sentimento della gente si sentono delle analogie con quegli anni - ammette Rizzo, che allora da giornalista faceva inchieste da levare la pelle ai declinanti politici della prima repubblica - Anche adesso si riconosce che il sistema non va, che è inefficiente, costoso e soprattutto, perché questo a mio parere è il punto dolente di oggi, ha rapporti sempre più flebili con la società civile».
Ed è da qui che, forse, nascerà qualche differenza e qualche speranza. Perché in realtà, scoraggiato o infuriato che sia, il pubblico delle «assemblee» non pare poi così pronto a delegare o deciso ad abbandonare il campo. «Quello che io vedo è un'altra cosa - conclude così, con un pizzico di ottimismo, l'autore de La Casta - C'è una gran voglia di riappropriarsi della parola, di discutere, perché la gente è stata per troppi anni muta davanti a televisori dove si alternavano i personaggi più improbabili. C'è un bisogno fortissimo di riappropriarsi della politica, cioè di una cosa che gli è stata tolta, di cui sono stati privati: dalla televisione e da una classe politica che ha smesso di parlare con loro».




La Scala replica lo «stagionale»
Di «lusso» - 25 mila euro l'anno - ma pur sempre precario. Massimo, 49 anni, lavora al call center del teatro milanese. La vita? «È altrove». Nei libri e in montagna
MANUELA CARTOSIO
Milano

Da giovane suonava il sax. Gli è rimasto un fraseggio a strappi, ogni strappo una citazione. Il tempo di bere un caffé e parte la prima: «Come diceva Rimbaud, la vita è altrove». Altrove rispetto al «bunker», lo stanzone nel mezzanino della metropolitana in piazza Duomo dove Massimo Berni, 49 anni, lavora dal 1992 all'Infotel del Teatro alla Scala. Sei ore e venti minuti al giorno, sei giorni la settimana, per undici mesi all'anno fornisce informazioni sugli spettacoli in cartellone, su come e dove prenotare i biglietti «a gente che mediamente confonde un'opera con un balletto e che stramazza quando scopre che Wagner dura quattro ore». Contratto da «stagionale», anche se ormai la stagione della Scala è sempre più lunga (da settembre a luglio 26 alzate di sipario al mese), reiterato ogni anno, per non «sfondare» la pianta organica, risparmiare sul costo del lavoro, tenere la gente sulla corda della precarietà. Gli «stagionali», variamente precari, alla Scala sono circa 400 (i dipendenti fissi sono il doppio).
Massimo, diploma da corrispondente in lingue estere, il '77 come cifra politica e culturale, classica trafila di lavorettti mordi e fuggi quasi tutti in nero, alla Scala è entrato nell'86 come «maschera». Contratto a prestazione occasionale, pagato «a cartellino», «in divisa nera rimediavo 700-800 mila lire al mese». Nel '92 passa al call center dove resta ancora per cinque anni «a cartellino», fino al '97 quando arriva il contratto da stagionale. «Ebbene sì, adesso sono un precario di lusso». 24 mila euro l'anno, con contributi, ferie, malattia, tfr «che mi tengo ben stretto», sussidio di disoccupazione per il mese scoperto. Quello alla Scala per Massimo è il «primo lavoro», nel senso che da lì vengono «la busta paga e il welfare». Lo fa senza feeling, senza passione: «Timbro e basta, come in fabbrica. Il lavoro è routine senza prospettive di cambiamento, lo faccio in apnea». Orgoglio d'appartenenza? «Neanche un briciolo. La Scala è un bottegone, specchio fedele di questa brutta Italia, mi sono disamorato». Le gratificazioni vengono dal secondo lavoro, revisione di bozze per Egea, la casa editrice della Bocconi. Cinquemila euro l'anno, collaboratore occasionale a ritenuta d'acconto. Sveglia alle cinque di mattina quando bisogna consegnare il malloppo, «campare solo con i libri sarebbe l'ideale, purtroppo non si può». E arriva l'altra citazione, sorprendente sulla bocca di un ex Sessantasettino con l'immaginetta di San Precario nel portafogli: il Martin Eden autodidatta di Jack London, lettura base tanto tempo fa di generazioni di militanti comunisti. «Vengo da una famiglia povera che considerava la lettura e lo studio la strada maestra per emanciparsi». Non è andata esattamente così: «La mia è la prima generazione che sta peggio dei genitori». Non servono buone letture per rispondere a un call center. Il lavoro «moderno» non è solo precario, dissipa intelligenza e cultura, l'esatto contrario della cosiddetta società della conoscenza e della formazione permanente. Massimo ne ha preso atto e ricava le sue «soddisfazioni interiori» non dal «primo» lavoro, ma dai libri: «Esisteranno sempre e da vecchio, se gli occhi non mi tradiranno, potrò dedicarmi solo a quelli». Da «vecchio» significa tra una dozzina d'anni quando maturerà la pensione volontaria che si sta facendo con l'Ina (versa 110 euro al mese) da sommare a quella «sicuramente povera» della Scala.
Figli? «Non ne voglio per scelta. Ho una gatta». Moglie? «Fidanzata convivente. Lei sì che è una precaria dura. Lavora per il comune di Milano come animatrice socio-culturale, contratti da 4 mesi, 400 euro al mese a part time. Va avanti così dal 1995. Quando si avvicina la scadenza del contratto, Sara comincia ad avere lo sguardo nel vuoto. Se stai sulle balle al dirigente di zona, rischi. Se il dirigente vuol passare il lavoretto al figlio dell'amico, idem». Casa? «Sono fortunato, 55 metri quadrati a 500 euro al mese, mezzora di metropolitana da piazza Duomo. Riesco a mettere da parte qualcosa ma finora non ho pensato a mutui o roba simile». Tempo libero? «Trekking in montagna. Con un solo giorno libero alla settimana di strada non ne fai molta. Qualche volta prendo un giorno di ferie e l'attacco al turno di riposo». Amici? «Conto sulle dita di una mano quelli con un lavoro fisso. Pochi quelli con figli. Non solo per ragioni economiche, ma per la fatica di mettere insieme i tasselli e i tempi di una vita precaria».
Politica, sinistra, sindacato, governo Prodi e affini? «Omissis». E' una battuta, perché poi Massimo dilaga. Riassumendo: si qualifica un «anarchico-ecologista» che ha votato alle ultime elezioni per buttare giù Berlusconi, «pura delinquenza organizzata». Bisognava farlo, «anche se lo sapevo che il centro sinistra è puro liberismo, sempre 'sto chiodo di pareggiare i conti, si fa dettare la linea dalla Bce». La legge 30 è sempre lì, nonostante le promesse pogrammatiche, e comunque il peccato originale sta nel pacchetto Treu. Il tempo per il governo Prodi è «ampiamente» scaduto, il giudizio su Rifondazione è «ampiamente» negativo. E però - disattenzione o bontà d'animo? - la sentenza «bisogna far cadere il governo» il nostro interlocutore non la pronuncia. Massimo non è iscritto ad alcun sindacato. Boccia il protocollo sul Welfare, ma si capisce che la cosa non è in cima ai suoi pensieri. Il sindacato, «guai se non ci fosse, il problema sono i sindacalisti, difendono solo quelli che hanno la tessera, una roba che non mi aspettavo dai figli di Di Vittorio». Alla Scala salva alcuni delegati, «eletti dai lavoratori», va giù pesante su «burocrati» e segretari di categoria. Rimprovera alla Cgil d'aver «scoperto» i precari «quando eravamo già 3 milioni, un po' tardi». Sul grillismo è diviso: «Capisco lo sbotto, il ceto politico se lo merita tutto, ma ne percepisco la pericolosità». Sul Pd manco lo interroghiamo. E, sua sponte, Massimo detta: «E' autoeletto, autocelebrativo, autoreferenziale. Pussa via».
A un uomo di mezza età, che da giovane aveva sentito il fascino del rifiuto del posto fisso, chiediamo un bilancio. «La nostra utopia è stata realizzata in versione capitalistica». I padroni dalla flessibilità e dalla precarietà hanno ricavato due utili: uno economico, pagano meno la forza lavoro; l'altro politico-sociale, hanno frantumanto la classe. «Una volta centomila in piazza chiedevano la stessa cosa, adesso ognuno chiede la sua cosetta». Dunque, è sconfitta? «Su tutta la linea». Non tanto per le condizioni materiali di vita e di lavoro, «le mie tutto sommato sono discrete». Quanto per il paese che ne è venuto fuori: «La società italiana non è mai stata tanto feroce, ignorante, cafona, impermeabile all'altro. Io, io, io. Gli italiani non sanno dire altro. Io, il più lurido dei pronomi, questo pidocchio del pensiero, come diceva Gadda».
Urge un secondo caffé, per tirarsi su. Zuccherato con un ricordo non dei tempi in cui Berta filava ma di pochi anni fa: «Alla Scala siamo stati gli unici in piena epoca Berlusconi a vincere due a zero. Volevano segare tutti i precari e far fuori pure dei fissi. Non ci sono riusciti».
Il 20 ottobre trekking a Roma? «Ci sto pensando».